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IL PELLEGRINAGGIO DELL’UNITA’ PARROCCHIALE SAN GIOVANNI BATTISTA E SANTO STEFANO DI AOSTA:
A PARIGI SULLE ORME DI MADELEINE DELBRÊL E DI JACQUES FESCH – 14/17 febbraio 2026 – foto S. Albini, M. Ravasenga e altri pellegrini
Primo giorno: sabato 14 febbraio 2026 – viaggio ed Eucaristia e pranzo a Auxerre
Secondo giorno: domenica 15 febbraio 2026 – Ivry-sur-Seine e primo passaggio a Parigi
Terzo giorno: lunedì 16 febbraio 2026 – Notre Dame e tour di Parigi
Quarto giorno: martedì 17 febbraio 2026 – Saint-Germain-en-Laye e rientro
Articolo sul Pellegrinaggio di Paolo Lupo
Che cosa avranno mai in comune questa donna, quest’uomo, mi chiedevo mentre preparavo il trolley per Parigi. Figlia di un capo stazione della profonda provincia francese lei, poetessa e assistente sociale a Ivry-sur-Seine, la Stalingrado parigina, figlio scapestrato della cosiddetta buona borghesia francese lui con qualche goccia di sangue napoleonico nelle vene. Le poche note che avevo tratto da Wikipedia non avevano sciolto i miei dubbi sulle ragioni di un pellegrinaggio sulle tracce di Madeleine Delbrêl e di Jacques Fresch. Eppure qualche cosa doveva esserci oltre agli anni della nascita, tutto sommato non distanti tra loro: 1904 e 1930.
Nemmeno le prime pagine di due testi letti la notte prima di partire e durante il viaggio in pullman erano riuscite a darmi una risposta: scialbo, introverso, timido e di, seppur modesta, formazione cristiana Jacques, affascinata dall’Intelligenza con la i maiuscola, atea nichilista al punto di scrivere a 18 anni Dio è morto, viva la morte, Madeleine. Nemmeno le esperienze d’amore li avevano accomunati: quello di Madeleine con Jean Maydieu e quello di Jacques con Pierrette Polack. Ma no, nemmeno quello, visto che Jean sarebbe entrato presto fra i Domenicani e che Pierrette e Jean si sarebbero sposati nel 1951, un mese prima che nascesse Véronique, la loro unica figlia.
Ma avanzando nella lettura parallela delle loro vite credo di avere trovato nelle infinite vie che portano alla conversione il punto d’incontro, ispiratore di questo nostro pellegrinaggio: violenta, come Madeleine stessa definisce la propria, nel cercare Dio domandandosi come possano essere cristiani dei giovani come lei, dono di un Dio che bussa alla porta delle sua cella della prigione parigina La Santé, quella di Jacques.
Già, perché ben diversi furono i loro cammini.
Madeleine, agnostica con un apprendimento scolastico disordinato, a vent’anni va alla ricerca di Dio leggendo Santa Teresa d’Avila, San Giovanni della Croce, Santa Caterina da Siena, Paul Valéry fino a comprendere di essere chiamata per divenire artista della carità, a lavorare per Lui nel mondo, a testimoniare il Vangelo fra i poveri che non credono. Sotto la guida dell’abate Jacques Lorenzo comprende che il servizio alla carità non può essere disgiunto dalla formazione non solo spirituale: assistente sociale e poi infermiera inizia a vivere la vita degli Apostoli imitando l’opera di un Cristo povero fra i poveri. E lo fa in un sobborgo di Parigi, Ivry, in cui la disoccupazione ha favorito il consolidamento del pensiero marxista che cerca l’emancipazione da ogni autorità, anche da quella divina. Ma presto a Madeleine staranno stretti lo spazio della parrocchia, la contrapposizione dei blocchi cattolico e comunista in una Francia che, soffrendo per l’indigenza dei più, va verso la guerra. La sua Maison de la Charité non le è più sufficiente, diviene capo dei servizi sociali della sua città promuovendo il ruolo della donna, comprende che in una Francia occupata, che come tutta l’Europa va verso la scristianizzazione, solo un’opera missionaria più intensa che superi i confini della parrocchia potrà riscattare il Paese quando uscirà dalla guerra. Occupiamoci subito dei poveri, Quando avranno ritrovata una vita dignitosa, annunceremo loro la Parola. Poi la guerra finisce, nei primi anni ‘50 nascono i primi preti-operai non compresi dalla gerarchia romana e per Madeleine stessa è difficile essere accettata sia dal Vaticano sia dai comunisti nel suo desiderio di amare fino in fondo Dio, i suoi fratelli e sorelle; si proclama laica nel cuore della Chiesa praticando i principi evangelici di castità, povertà e obbedienza: Pour le Chrétien, il n’y a pas moyen d’aimer Dieu sans aimer l’umanitè.
Usciamo turbati dalla sua stanza un po’ disordinata: un sobrio divano, un acquaio e, coperto di fogli e quaderni, un tavolo su cui le sue compagne la trovarono, come addormentata, il 13 ottobre 1964. Nello stesso anno inizia la causa di beatificazione di Madeleine Delbrêl che papa Francesco proclamerà venerabile il 26 gennaio 2018.
Da Ivry-sur-Seine a Saint-Germain-en-Laye ci sono una cinquantina di chilometri che percorriamo fermandoci per l’Eucarestia in una rinnovata Notre Dame. Ma quella breve distanza è sufficiente a farci capire che arriviamo in un altro mondo, erede, nella sua bellezza, di Luigi XIV che qui è nato. E’ la città dove nel 1930 viene al mondo e cresce Jacques Fesch in una famiglia di cui mancherà, a lui così insicuro sin dai primi anni, un affetto tangibile e sereno. Una famiglia che si sta dissolvendo per l’anaffettività del padre, banchiere di successo, ostentatamente ateo, cui la madre non sa sostituirsi tollerando anche troppo le debolezze del figlio, suo beniamino. Jacques cresce così, fra studi disordinati, lavori saltuari, fra cinismo, amoralità, disprezzo dell’umanità, inquieto, disorientato e tremendamente infelice in una casa in cui c’era tanta religione quanto può essercene in una scuderia, come dirà nelle sue Riflessioni e confesserà all’amico abate Thomas.
Nemmeno il matrimonio con Pierrette e la nascita di Véronique riescono a dare pace a Jacques, ci racconta commosso il nipote di Jacques, Quentin Thoury che ci accoglie nella maison paroissiale di Saint Germain en Laye: abbandoni e ritorni, la tentazione di un rapido divorzio peraltro non perseguito, portano Jacques ad un sogno di evasione verso i mari lontani. Ci vorrebbe un veliero che ha già individuato, il Tiburon come quell’isola al largo del Messico. E se ad acquistarlo non bastano i modesti risparmi, sarà forse più facile averli con la rapina ad un cambiavalute che, però, finisce male: il 25 febbraio 1954, nella fuga concitata, un colpo parte dalla sua pistola nascosta nell’impermeabile e uccide Jean Baptiste Vergne, l’agente di polizia che cerca di fermarlo. Arrestato e tradotto alla Santé, Jacques inizia un percorso interiore testimoniato da colloqui con il cappellano, l’avvocato e dalle moltissime lettere ai familiari ed a Thomas. Un cammino, il suo, in cui Qualcuno è venuto a farsi conoscere nella solitudine della mia cella. Le letture di testi religiosi portano Jacques a riflettere sulla gravità del peccato nato dal ripudio della fede, sulla espiazione e sulla infinita misericordia divina. Scriverà nel 1955: proprio quando non avevo più la certezza dell’inesistenza di Dio, in poche ore, ho posseduto la FEDE, una certezza assoluta. Ho creduto e più non capivo come facevo prima a non credere più. E, ancora: Per sei mesi ho cercato il Signore imponendomi lunghe preghiere e una meditazione in ogni istante. Gesù ha bussato alla porta della mia cella.
Il processo, di cui l’opinione pubblica chiede un esito esemplare, ignorerà le prove a difesa e si concluderà con la condanna a morte, eseguita mediante ghigliottina il 1° ottobre 1957 dopo il rifiuto della grazia da parte del Presidente Coty. Le sue ultime parole furono: Signore, non mi abbandonare. Il 21 settembre 1987 il cardinale Lustiger avvia la causa di beatificazione.
Sul pullman che ci riporta a casa, mi passa accanto Davide, forse ha 12 anni; tra sé e sé dice piano: Ma dove ho messo il mio Rosario? Grazie, Davide, questa sera anche io cercherò il mio.


